Il calcio Sudafricano ha avuto ottimi maesti

di domenicovalente


morti in prigionia – vinti nella carne – invitti nello spirito – l’Italia lontana vi benedice in eterno!“

Sono 252 i soldati italiani che riposano nel cimitero di guerra di Zonderwater, in Sud Africa, 120 chilometri da Johannesburg. In quell’area gli inglesi avevano concentrato i prigionieri superstiti delle battaglie dell’Amba Alagi, di Keren e di Alamein. Lì, più che il filo spinato, erano le immense distese dell’altopiano – 1.700 metri sul livello del mare – a sconsigliare la fuga. Nel luglio del 1943 se ne contavano 78mila.

Un campo di prigionia che è passato alla storia come uno dei più umani e decorosi del mondo, sia come strutture logistiche che come assistenza. Una vera e propria città, ordinata secondo l’organizzazione degli accampamenti degli antichi romani, con la sua semplice ma efficacissima divisione simmetrica per quadranti successivi, fino a coprire un’estensione che comprendeva, nella fase in cui il campo raggiunse la sua massima estensione, oltre 30 chilometri di strade, 16 campi di calcio, 22 teatri, tremila letti di ospedali e poi scuole, orti, cappelle, piazze, monumenti.

Nella sfortuna quei prigionieri furono dei privilegiati. Il colonnello Prinsloo, comandante del campo, oltre ad attenersi con scrupolo alle disposizioni della Convenzione di Ginevra, da lui definite “il più nobile accordo tra gentiluomini”, cercò di occupare questi giovani in attività lavorative e ricreative compatibili con lo status di prigioniero.
Nacquero laboratori di falegnameria, di lavorazione del ferro, della pietra, furono costruiti strumenti musicali e qualcuno si cimentò, immaginiamo con quante e quali ironie, perfino nell’uncinetto. Funzionavano con gran successo quattro teatri, anche di mille posti, con opere che oggi farebbero impazzire i concorrenti dei quiz televisivi: “Il paese dei Campanelli”, “La Principessa degli Zingari”, “La cena delle beffe”.

Si poteva circolare libe­ramente ma non si poteva uscire dal Blocco sorvegliato da sentinelle armate posizionate su una torretta e recintato da un reticolato di filo spinato. Nel Blocco esisteva un magazzino (Store) per il pre­lievo o il cambio di indumenti, scarpe, biancheria e coperte e di un vasto spac­cio (Shop) dove i pow potevono acqui­stare merce e materie di prima necessi­tà, quali: sapone, dentifricio, lamette da barba, tabacchi, thé, caffé, mannellata, frutta, olio, farina, ecc. Come acquista­re? A tutti veniva corrisposta una paga di pochi scellini mensili, grazie ai lavori artigianali, ai servizi, ai lavori svolti prin­cipalmente all’esterno. A molti fu con­cesso di andare a lavorare come cooperatori, nelle farms (fattorie) dei boeri ed oltre ad avere al­loggio, vitto, paga e tabacco, qualcuno vi trovò anche moglie rimanendo poi in Sud Africa.

Alla fine della Guerra, il Maggiore Murray, visitando il Blocco degli “irriducibili”, tutti ben affiancati in perfetto ordine come in pa­rata, ebbe a dire.:”Le vostre madri, le vostre spose tanto lontane sarebbero confortate vedervi qui uniti e dal vostro contegno disciplinato di dedizione e di amore per la vostra Patria, per la fedel­tà al giuramento dato ai vostri Ideali che vi onorano ed elevano lo spirito sopra le dure vicende del Tempo”.

AVEVANO DEI VALORI, DEGLI IDEALI CHE IN PARTE SONO STATI TRASMESSI ALLA POPOLAZIONE LOCALE. LA COSA PIU’ TRISTE, E’ CHE DI QUEI VALORI NON E’ RIMASTO NULLA. IL PASSATO, LA NOSTRA STORIA, DOVREBBE ESSERE INSEGNAMENTO E MONITO ALLO STESSO TEMPO.
NOI, IMPERTERRITI, CONTINUAMO A COSTRUIRE IL NOSTRO FUTURO SULLA SABBIA.

(Mt 7, 21-27 | Non chiunque mi dice: Signore, Signore… la casa costruita sulla roccia o sulla sabbia)

Via | regione.veneto.it
Via | bascogrigioverde

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